Per un martello, il mondo è pieno di chiodi

Vista dall’alto di un banco da lavoro industriale in tonalità grigio scuro e blu acciaio. Diversi martelli, tutti simili ma di dimensioni diverse, sono disposti ordinatamente e orientati nella stessa direzione. Al centro, isolata e non utilizzata, si trova una singola vite illuminata da una luce calda color ambra, che crea un forte contrasto con l’ambiente freddo e metallico circostante. Simula che un martello vedo il mondo pieno di chiodi.

Intelligenza artificiale, martello e chiodi: uno schema che si ripete da decenni.

Tutti hanno una strategia AI. Quasi nessuno si è fermato a chiedersi se ne avevano bisogno.

La storia dell’informatica è una sequenza di infatuazioni collettive. I sistemi esperti negli anni Ottanta, la bolla del 2000, la blockchain tra il 2016 e il 2018, il metaverso di Zuckerberg con oltre 80 miliardi di dollari bruciati. Ogni volta lo schema si ripete: si adotta la tecnologia prima di capire quale problema risolve, poi arriva il ridimensionamento.

Il filosofo Abraham Kaplan formalizzò questo meccanismo nel 1964 con quella che chiamò legge dello strumento. Abraham Maslow la rese celebre due anni dopo: se l’unico strumento che hai è un martello, finirai per trattare tutto come se fosse un chiodo. Applicata all’intelligenza artificiale, la logica è la stessa: si usa perché è disponibile, non perché serve.

Qualche anno fa volevamo applicare la blockchain a tutto. Ma alla piccola casa vinicola serviva davvero tracciare la filiera di poche bottiglie tramite un RFID collegato a una blockchain? La risposta, quasi sempre, era no. Il problema era che nessuno se lo chiedeva.

Con l’intelligenza artificiale lo stesso schema è già in corso.

Cosa dicono le norme

L’AI Act classifica i sistemi per livello di rischio e impone obblighi precisi prima della messa in opera. Il GDPR chiede una base giuridica e, per certi trattamenti, una valutazione d’impatto preventiva. Due norme diverse, stessa logica: prima si ragiona, poi si agisce.

Vedo invece aziende che integrano strumenti AI nei processi senza valutazione d’impatto, senza mappare i dati trattati, senza verificare se il sistema rientra nelle categorie ad alto rischio previste dall’AI Act. E soprattutto senza chiedersi se l’AI ottimizzi davvero quel processo.

La fretta di non restare indietro — la FOMO applicata alla tecnologia — produce esattamente i risultati che si volevano evitare: esposizione al contenzioso, sanzioni, blocco degli strumenti adottati.

Il punto

Il problema non è l’intelligenza artificiale (a meno che non parliamo di copyright). È adottarla prima di avere chiaro quale chiodo si sta cercando di piantare. La valutazione del rischio non è un ostacolo burocratico, è il passaggio che distingue un investimento da un problema futuro.

Altrimenti, corri il rischio di usare il martello anche quando non ci sono chiodi.

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